CRICD Assessorato dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana - Dipartimento dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana
Centro Regionale per l'inventario, la catalogazione e la documentazione
 
Sede: Via dell'Arsenale, 52 - 90142 Palermo
Teche: Biblioteca, Fototeca, Cartoteca (C.so Calatafimi, 217 - 90129 Palermo), Filmoteca (Via Nicolò Garzilli 38 - 90141 Palermo)
 




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Ministero dei Beni Culturali


ICCD

S8.4 - FILMOTECA REGIONALE - Home Movies


Cinema privato e memoria
Il cinema “privato” è un settore che comprende tutti quei materiali audiovisivi concepiti al di fuori delle strutture di produzione cinematografica e televisiva: amatoriali, di famiglia, sperimentali.
Recentemente riscattati da un ingiusto oblio a causa della loro fisionomia “minore”, i film di famiglia sono divenuti oggetto di interessanti studi e processi di valorizzazione.
Presso l’Université Sorbonne Nouvelle (Paris III), a titolo esemplificativo, è stato istituito nel 1992 un gruppo di ricerche interdisciplinari, creato e diretto da Roger Odin, sul film di famiglia, il cui impegno si è tradotto nel saggio Le film de famille. Usage privé, usage public, pubblicato nel 1995.
A Roger Odin, docente di scienze della comunicazione, dobbiamo una precisa definizione del film di famiglia, oggi universalmente noto con il termine anglosassone di Home Movies. Odin pone l’accento sulla genesi del cinema familiare, realizzato da un membro di una famiglia, riguardante personaggi o avvenimenti legati in qualche modo alla storia di quella famiglia e ad uso privilegiato di quella famiglia.
Nel periodo compreso tra i primi del Novecento e la fine degli anni Settanta, tantissimi appassionati cineamatori iniziarono a volgere lo sguardo sulla propria quotidianità, registrando spezzoni di vita casalinga quasi a voler riscrivere le pagine della propria storia, una storia non ufficiale, potremmo dire altrimenti invisibile.
I topoi di quelle pellicole, nei formati dell’epoca  8mm, Super8 e più raramente 9,5mm, sono quasi esclusivamente vacanze, cerimonie, ricorrenze, momenti festivi e festosi, riti della famiglia, come nozze, nascite, viaggi. In nessun altra tipologia cinematografica si vedono tante persone sorridere apertamente e gioire ingenuamente come in questa, perché l’Home Movie cerca di mascherare ogni turbamento interno alla famiglia.
Le sofferenze, i conflitti e gli scenari drammatici qui risultano per lo più estranei ed è raro che il cineamatore intenda cogliere volutamente eventi tragici o esplorare disagi o disastri. Quando ciò accade si tratta di una precisa volontà di documentare uno spazio urbano/antropologico, uno spaccato sociale, un fenomeno inusuale o un evento di rilevanza sociale per ribadire il proprio io c’ero. Capita anche che l’autore assista ad un evento fortuito, come nel caso di Abraham Zapruder, autore del filmino più celebre nella storia del cinema amatoriale. Zapruder non era un regista o un operatore professionista, lavorava come sarto, e quel 22 novembre del 1963 voleva riprendere le immagini del corteo presidenziale a Dallas, con una cinepresa amatoriale 8 mm Bell & Howell Zoomatic per mostrarlo in famiglia. 
L'assassinio di John F. Kennedy a Dallas nel film amatoriale di Abraham Zapruder
Il secondo aspetto attinente alla specificità della forma home movie è di natura tecnica: si tratta di un cinema di non-montaggio. La stragrande maggioranza dei film amatoriali e di famiglia infatti è conservata dai proprietari in quelle stesse bobine (15 metri di misura, tre minuti di durata per 8 e super8) così come a suo tempo le avevano ricevute dai laboratori di sviluppo e stampa. 
Solo i custodi più meticolosi hanno provveduto a raggrupparle in rulli più grandi da trenta o da quarantacinque minuti, giuntandole una appresso all’altra, magari in ordine cronologico. Questo è l’unica forma di montaggio del cinema amatoriale e familiare,   perché esso è un cinema di tournage, ovvero di ripresa pura. 
Le pellicole in 8mm, Super8, 9mm, 16mm oggi sono le fotografie viventi delle famiglie e della società, in grado di restituire certezze, rinsaldare vincoli, confermare l’ordine dell’istituto familiare, ma non raccontano, tranne in rarissimi casi, finzioni, non propongono alcuna diegesi come avviene nel cinema.
 
Un po’ di storia
La storia degli Home Movies dal punto di vista tecnico è significativa, perché strettamente legata agli sviluppi dell’industria e dell’evoluzione socioeconomica del Novecento.
Non intendiamo in questa sede raccontare la storia delle macchine cinematografiche professionali e perciò ci limiteremo a percorrere le tappe essenziali del cinema amatoriale, che ha inizio intorno al 1920 quando vengono introdotte sul mercato piccole cineprese per semplici amatori e i formati delle pellicole sono il 16mm della Kodak e il 9,5mm Pathé Baby, dal nome del suo produttore Charles Pathé.  Nel medesimo periodo si diffonde sul mercato anche l’Agfa.
Nel 1932 la Kodak introduce il formato 8mm, ideale perché agevole e meno caro che rimane in uso prevalente fino al 1960.
I cineamatori dell’epoca sono appassionati di fotografia che espandono volentieri le loro conoscenze nel campo della visione in movimento poiché, appartenendo al ceto benestante, possono permettersi questo hobby costoso (si pensi che nel 1920 lo stipendio mensile di un impiegato era di 650 lire e una “motocamera” Pathè Baby  costava 950 lire).
In questi anni l’industria italiana della pellicola intraprende uno grande sviluppo, anche se in modo del tutto casuale. Nel nostro Paese, alla fine degli anni venti, la SIPE (Società Italiana Prodotti Esplodenti), una fabbrica ligure che produce dinamite, rischia il fallimento. La prima guerra mondiale si è conclusa e nei magazzini rimane inutilizzato un enorme quantitativo di miscela di nitrocellulosa, destinato alla fabbricazione di proiettili per la Russia, che è stato il maggiore cliente. Si decide di utilizzare le scorte miscelate con canfora per produrre celluloide, il materiale che serve da supporto ai film. La società in tal modo risana il bilancio e converte l’attività, cambiando naturalmente nome: si chiamerà Ferrania, dal nome della località dove sorge il secondo impianto di produzione, ampliandosi fino ad assorbire altre piccole industrie analoghe e producendo lastre radiografiche, apparecchi fotografici e carta per stampa. Nel 1964 la produzione si ferma e l’azienda viene acquistata dalla 3M americana.
Nel 1965 la Kodak immette sul mercato il formato Super8, con perforazioni più piccole in modo da lasciare maggiore superficie al fotogramma e, grande novità, alla pista magnetica per il sonoro. Con questo formato la velocità standard è di 18 fotogrammi al secondo, invece dei 16 con la pellicola in 8mm.
Cineprese amatoriali degli anni '50 e '60
Pellicole amatoriali formato 8mm e S8
Sono gli anni in cui gli italiani sognano l’automobile, acquistano i primi elettrodomestici, vanno in vacanza al mare o in montagna, anni in cui molti acquistano anche una cinepresa con cui soddisfare la voglia dell’autoritratto familiare, accumulando ben presto bobine e bobine su cui hanno registrato momenti gioiosi del vissuto, da conservare in piccole scatole rotonde in metallo o in cartone talvolta addirittura diligentemente etichettate o corredate da note su luoghi e date.
Le proiezioni si organizzano su uno schermo piazzato in salotto, con parenti e amici, e sono accompagnate da quel caratteristico rumorino di sottofondo del proiettore e da frequenti inceppamenti e rotture della pellicola, piccole interruzioni che non spengono comunque entusiasmo ed emozione negli spettatori.
A sinistra: pubblicità italiana della Kodak
Al centro: pubblicità statunitense dei proiettori Bolex
A destra: pubblicità statunitense di una cinepresa e delle pellicole 8mm della Kodak.

Ricordi in pellicola: dal recupero alla riutilizzazione
“Deve essere un’esperienza  interessante” disse la padrona di casa “rivedere se stessi dopo tutti questi anni” ( Muriel Spark, 1982)
 
In un racconto di Muriel Spark, la protagonista Sybil rivede  insieme ad un gruppo di amici, per la prima volta dopo diciotto anni, quattro filmini, trenta metri del proprio passato.  
Guardare un filmino familiare significa ritrovare il tempo trascorso senza la tirannia temporale e narrativa del cinema o della televisione. Ecco perché dopo avere riesumato quelle bobine Kodachrome rimaste impacchettate nel buio di un baule … Sybil avverte, osservando incredula nel buio della stanza le immagini sullo schermo, il riemergere di emozioni, la riappropriazione di un vissuto, quasi che il ricordo si fosse solidificato per effetto di un qualche intenso calore emanato dal proiettore. Rivedere i propri Home Movies permette infatti di rileggere il passato in modo nuovo, spesso recuperando ricordi sbiaditi o rimossi.
La memoria storica individuale e familiare, nell’epoca attuale, è un patrimonio soggetto a disperdersi per motivazioni assai note: la televisione onnipresente negli ambienti di casa, le foto digitali archiviate sul computer in luogo dei vecchi album da sfogliare, la mancanza di quella trasmissione colloquiale tra anziani e giovani che un tempo garantiva il perdurare di storie familiari e tracce mnemoniche dei fatti. 
Per tali ragioni, oggi, è importante salvaguardare l’essenza dei ricordi e dei vissuti di cui ciascuno di noi è portatore. Conservare per noi stessi e per gli altri le immagini di un vissuto, significa restituire così il tempo che abbiamo attraversato e trasfondere l’esperienza di vita individuale in una espressione di identità collettiva. 
Marc Bloch sottolinea l’importanza della memoria collettiva che è possibile ricostruire riunendo ogni testimonianza desunta dagli archivi, dalle biblioteche, dai cataloghi, da reperti di ogni tipo (
Apologia della Storia o il mestiere di storico, 1998). Agli archivi visivi del Novecento appartengono anche le raccolte di immagini non formali e accreditate e perciò i filmini amatoriali e familiari, che vanno ritenuti documenti a tutti gli effetti, come ha affermato tra gli altri Martin Scorsese:  Saving our film heritage should not be limited only to commercially produced films. Home Movies do not just capture the important private moments of our family's lives, but they are historical and cultural documents as well.(Il salvataggio della nostra eredità cinematografica non deve limitarsi ai film prodotti dall'industria cinematografica. Gli Home Movies non catturano soltanto importanti momenti privati delle nostre famiglie, ma sono anche testimonianze culturali e storiche).
L’importanza attribuita a questi materiali filmici ha dato luogo a studi e ricerche, soprattutto negli Stati Uniti, dove sono sorti diversi archivi per la loro raccolta e la valorizzazione. E’ stata istituita addirittura una giornata celebrativa degli Home Movies ed ogni anno in autunno si svolgono iniziative diverse per promuoverne la conoscenza e la tutela.
Joe Lambert, scrittore e regista americano ha fondato nel 1994 il Center for Digital Story Telling di Berkeley, in cui si insegna l’uso di materiali audiovisivi per rielaborare e condividere storie di individui e comunità, un'esperienza nell’arte del racconto autobiografico che è in grado di arricchire le vite altrui.
Giornata celebrativa degli home movies negli USA
Nel cinema “privato”, infatti,  la telecamera è un mediatore familiare che registra memorie ed esperienze personali di componenti di un nucleo (madri, figli, nonni…), con risultati estetici molto alti, contenuti toccanti e mai affettati o leziosi. Citiamo solo alcuni dei tantissimi esempi recenti: Matrilineal di  Caterina Klusemann un documentario del 2001 che recupera la storia di tre generazioni di donne (la regista, la madre e la nonna), Baboussia del 2002 della francese Elsa Quinette, storia di una novantaduenne politicamente scorretta, Lunch with Fela di Abrahm Ravett del 2005, un documentario dedicato alla madre e ai familiari scomparsi in Israele.
Si tratta, insomma, di una forma narrativa in cui  l'attenzione è rivolta alla realtà, alle persone, agli oggetti, ai paesaggi umani e geografici prossimi alla vita ed all'esperienza degli autori, sia sotto il profilo materiale che affettivo. Non si racconta in terza persona (nel modo oggettivo, impersonale del cinema di sala) ma ci si esprime direttamente in prima persona, utilizzando il registro dell'autenticità, senza mirare ad una rappresentazione oggettiva del reale ma piuttosto restituendo la soggettiva verità di un intimo sentire.
John Mekas, regista e poeta lituano, fondatore nel 1970 di un archivio dal nome Anthology Film  sostiene il principio artistico dell’attenzione alle cose quotidiane e personali. Il cinema può fermare un attimo del tempo individuale, cogliere l’impressione del mondo, la quotidiana esperienza dei sensi in opposizione agli stili e alle forme “altisonanti”. Questa sua convinzione ha dato vita a numerosi lavori, come il documentario Reminiscences of a journey to Lithuania del 1972, costruito su spezzoni dei suoi filmini.
Altra esperienza emblematica è Tarnation (Dannazione) del 2003, dello statunitense Jonathan Caouette, prodotto con appena 200 euro e selezionato ai festival di Cannes, New York, Toronto,  nonché vincitore del Los Angeles Film Festival.
Caouette ha vissuto un’infanzia e un’adolescenza difficili a causa della malattia progressiva della madre. Solitario e introverso ama riprendere i familiari e anche se stesso con una cinepresa che i vicini gli hanno prestato. Ha venticinque anni quando scopre il cinema e diventa attore e appena trenta quando, utilizzando un software gratuito Macintosh, monta spezzoni dei suoi filmini, messaggi di segreterie telefoniche, foto di infanzia per costruire una sorta di diario intimo, rileggere il percorso esistenziale suggellato dalla frase emblematica con cui si concludono gli 88 minuti di film: la tua più grande creazione è la vita che conduci.
Una regista che ama il racconto fondato sul riuso dei materiali d’archivio privati è la statunitense Abigail Child. The suburban trilogy è un trittico in cui si narra l’adolescenza femminile, i sogni degli immigrati, la seconda guerra mondiale tra Europa e America e il dopoguerra nelle periferie americane. Per la realizzazione del capitolo The future in behind you, digi-novel di due sorelle, la Child si è avvalsa di filmini familiari recuperati, tra cui un corpus di materiali degli anni trenta di una famiglia anonima europea.
archeologo visuale, ha creato circa venticinque anni fa una fondazione per raccogliere foto e film privati, recuperandoli da cantine, soffitte, mercatini dell’usato per poi passare ad un frenetico lavoro di revisione, quasi schizofrenico come egli dice: Cerco di seguire contemporaneamente tutti i filmati e le storie private che mi passano sotto mano. A volte ad esempio mi trovo immerso nella seconda guerra mondiale e allo stesso tempo alle prese con una famiglia degli anni cinquanta … ma non c’è dubbio se un alieno venisse sulla terra e dovesse esprimere un’analisi dell’essere umano a partire dalle immagini prodotte da registi amatoriali, direbbe che l’uomo è sempre, banalmente, felice. Nella mia esperienza di collezionista e archivista ho potuto constatare è che gli uomini tendono a conservare solo le cose che li hanno resi felici, ed hanno un tabù per il dolore.
L’Ungheria ha visto susseguirsi tra il 1918 e il 1989 undici regimi diversi, tre rivoluzioni e due controrivoluzioni, incluse due guerre mondiali. Questa storia è ricostruita nei materiali raccolti e denominati Private Hungary, una specie di balzachiana Commedia umana, come la definisce l'autore, e in cui campeggia la borghesia ungherese del Novecento.
L’operazione principale di Forgacs è la ricontestualizzazione dei filmati raccolti, egli infatti si limita al montaggio in sequenza delle immagini girate da altri, rispettandone l’originalità e limitando gli interventi all’inserimento di cartelli, dissolvenze, colorazioni,  frame stop, ma studia i contesti storici e sociali all’interno dei quali agivano i cineamatori integrando con una dovizia di informazioni le storie contenute nelle pellicole.
Barthos family, realizzato da Forgacs attraverso la ricostruzione della vita dell’imprenditore e compositore ungherese Zoltan Barthos. Mentre la storia pubblica racconta le tragedie subite dal popolo ungherese, come la depressione del ’29 o i bombardamenti della II Guerra Mondiale, i filmati girati dal figlio di Barthos ci danno una cronaca familiare scandita da giochi, vacanze e lavoro.
A volte i materiali su cui Forgacs lavora svelano una incredibile pregnanza storica, è il caso di Angelo’s film, un corpus di pellicole del greco Angelo Papanastassiou  che si oppose all’occupazione nazista del suo paese e che Forgacs ha rinvenuto. I filmini, documenti privati segnati dalla nascita e dalla vita della figlia del cineamatore, si pongono anche come documento storico girato a rischio della vita dallo stesso Angelo, che ha ripreso le atrocità commesse dalle forze nemiche girando per strada con la piccola cinepresa da 16mm nascosta dentro una gavetta forata. Le immagini dei feriti in ospedale, dei bambini affamati per strada, delle impiccagioni sono pagine drammatiche di storia  e allo stesso tempo esprimono l’audacia di un cineamatore che consegnerà al processo di Norimberga i materiali da lui raccolti e sviluppati in un laboratorio nascosto in cantina.
The Maelstrom. A family Chronicle  insieme a The Danube Exodus e Angelos’film, compone una trilogia che ricostruisce con immagini amatoriali la vicenda nazista, la cui memoria va restituita non solamente alla storia ebraica, ma al mondo intero, un mondo che ha continuato e continua a produrre pulizie etniche e genocidi.  Forgács compie, in questi film, un lavoro di archeologia della memoria, lavorando su materiali dispersivi, con scarti temporali, interruzioni improvvise e inquadrature con fermo immagine. 
Il termine Maelstrom indica il gorgo causato dalla marea lungo un tratto angusto della costa atlantica: le acque scorrono tumultuose avanti e indietro generando una corrente molto forte, con onde e vortici che rendono pericolosa la navigazione, specie per le piccole imbarcazioni.
Il fenomeno, per la sua potenza, ha esercitato una così grande suggestione da diventare simbolo della potenza marina in letteratura.
"Tarnation" di J. Caouette (2003, 88')
Fotogrammi tratti dal film "Danube exodus di Peter Forgacs (1998, 60')
Fotogramma tratto dal film "The Maelstrom" (1997, 60')
Per Peter Forgacs il Maelstrom è il “vortice” della storia, il gorgo che risucchia gli innocenti, travolgendo le loro vite e il loro futuro. Egli traduce attraverso la metafora del vortice marino la spirale vertiginosa di eventi in cui si consumò il dramma della Shoah.
The Maelstrom. A family Chronicle è una narrazione visuale della Shoah e come abbiamo detto a proposito del titolo, ci presenta il Nazismo come forza pericolosa capace di travolgere e spazzare via ogni cosa intorno, senza alcun senso, lasciando impotenti. Dopo il recupero dei filmini familiari della famiglia ebrea olandese Peeremboom, Forgacs ha ricostruito la loro storia, ha individuato e contattato i superstiti della famiglia (in questo caso Simon il figlio più piccolo e la moglie Roos) per avere informazioni preziose a corredo e ha cucito la narrazione con immagini di altri archivi, tra cui  quelle di Arthur Seyss-Inquart, commissario nazista del Reich, noto come il “boia d’Olanda”.
Autore delle riprese della famiglia Peeremboom fu quasi sempre il figlio maggiore, Max, dal 1933 al 1943. Le immagini ritraggono momenti della vita quotidiana trascorsa nella loro città, Vlissingen, nella capitale e in varie località, mete di viaggio: le nozze d’argento di Joseph e Flora Peeremboom, matrimoni, bambini, riunioni familiari, l’inaugurazione del negozio di famiglia, gite, svago e divertimento, eventi pubblici dell’epoca come l’anniversario del regno della regina Guglielmina d’Olanda, le nozze della principessa Giuliana, la morte del rabbino Onderwijzer della sinagoga di Amsterdam. Ad un tratto la storia familiare si intreccia con quella ufficiale e scorrono le immagini d’archivio dell’avanzata tedesca, in Polonia prima e in Olanda poi. La voce fuori campo di una trasmissione radiofonica ci dice che la marea si sta alzando e il gorgo inizia a vorticare più violentemente: vengono emanate le leggi antirazziali, i divieti, la persecuzione antisemita è dichiarata e il ghetto ebraico è la prima forma di prigionia. Le immagini tratte dall’archivio di Seyss-Inquart e inserite tra quelle dei Peeremboom, ci conducono in modo surreale in un'altra dimensione, come in luoghi lontani anni luce e che invece sono nello stesso paese, l’Olanda. Partite a tennis e a cricket, giornate spensierate fatte di giochi e riunioni. Altre scene, desunte da ulteriori filmati storici, ci mostrano le esercitazioni ginniche di scolari nella cittadina olandese di Terborg, in perfetto stile nazista.
Agli ultimi minuti di film è affidato l’epilogo della vicenda drammatica della famiglia Peeremboom. Vengono recapitate le lettere con cui si notifica lo status di ebreo, con un elenco di doveri e divieti. Sono effettuate confische di beni e arresti, si diffonde l’ordine di prepararsi al trasferimento nei “campi di lavoro”, crudele e falso termine riferito ai luoghi di sterminio, con indicazione del misero bagaglio che ogni ebreo potrà portare con sé. I Peeremboom preparano gli indumenti , cuciono e rammendano per quello che non sanno sarà l’ultimo viaggio, quello verso Auschwitz e Buchenwald, ignari del destino di morte che li attende, del vortice che li inghiottirà annientandoli. 
Grazie a questa opera di montaggio Forgacs ha realizzato un racconto asciutto ma commovente, filologicamente perfetto e struggente al tempo stesso, riuscendo a mantenere un ruolo di narratore onnisciente senza concedere retorica, né soprattutto interferire con l’autore delle riprese, il cui intento come sempre nel genere Home Movies, è unicamente conservare memoria di vicende private, della storia familiare, di un quotidiano fatto di piccoli eventi, persone, ambienti e perciò di affetti ed emozioni.
Forgacs è convinto che il desiderio di riprendere con una telecamera risponde ad un preciso bisogno antropologico dell’uomo. L’esperienza del dolore e della morte va in qualche modo esorcizzata – egli sostiene - Quando un giorno non ci saremo più, comunque continueremo ad esistere nei filmati e nelle foto che ci hanno ripreso o che abbiamo realizzato. E’ un bisogno di eternità quello che ci porta a riprendere le nostre vite. E’ l’illusione che i posteri guardando le nostre immagini sappiano della nostra esistenza su questa terra. 

Assai particolare è invece la genesi del film Un attimo nella vita altrui di Jose Luis Lopez-Linares, proiettato nella sezione Nuovi Territori  del Festival di Venezia 2004. L’opera presenta un montaggio degli Home Movie in 16mm girati tra il 1920 e il 1980 da Madronita Andreu, una  donna dell’alta borghesia spagnola, amante del cinema che coltivava una spiccata ambizione registica.
Per decenni riprese la propria famiglia, come su un vero e proprio set producendo circa 900 pellicole e 150 ore di girato in cui troviamo solo momenti festosi e sorrisi.
In Europa hanno realizzato documentari di grande rilevanza il tedesco Michael Kuball e il belga André Huet. Il primo è autore diSoul of a century  e il secondo ha diretto Far from the battlefields. Costruiti con materiali privati amatoriali, i due lavori abbastanza recenti rappresentano il controcampo della storia ufficiale, narrando l’esperienza di comuni cittadini  nel lungo arco temporale che va dal 1916 al 1960: il pranzo domenicale di una famiglia mentre la radio annuncia l’attacco delle truppe tedesche, i partigiani, le esecuzioni raccapriccianti da parte dei nazisti.
Ci troviamo davanti esempi significativi di come questi Home Movies siano l’esatta contrapposizione del cinema ufficiale di propaganda, dei cinegiornali voluti e commissionati dalla politica per creare consenso.
Un grande progetto francese è quello attuato da Olivier Brunet per la televisione: Le passé recomposé. E’ un’opera colossale di montaggio di materiali amatoriali recuperati e conservati dal Pole Image Mémoire Audiovisuelle de Normandie. Brunet ha costruito una fiction in cui un uomo, un orfano, entra in possesso di una scatola piena di bobine e riesce a ricostruire la storia della sua famiglia con una grande travaglio interiore.
Naturalmente vanno ricordati Yervant Gianikian ed Angela Ricci Lucchi, coppia di filmaker che non ha mai girato nel senso canonico un film, neppure un metro di pellicola. Il loro lavoro scaturisce invece su spezzoni e materiali d’archivio, soprattutto privati che vengono rimontati sapientemente. Tra le tante loro opere citiamo Su tutte le vette è la pace, documentario di montaggio che prende il titolo da un Lied di Goethe e che riunisce struggenti immagini d’archivio della prima guerra mondiale sull’Adamello e sulle Prealpi venete e Ritorno a KhodorchurDiario armeno, che si avvale delle riprese del padre di Gianikian, durante un viaggio al suo paese natio, nella Turchia orientale e delle pagine del suo diario.
E infine citiamo il bellissimo documentario di Alina Marazzi Un’ora sola ti vorrei, del 2002, in cui con i filmini girati dal nonno e dal padre, la giovane regista ricostruisce la storia della madre Liseli Marazzi Hoepli, morta suicida in una casa di cura. Così la regista ha spiegato la scelta di riunire carte, foto, diari, lettere, documentazione clinica e immagini in un film: Mia madre è nata nel 1938 ed è morta nel 1972, quando io avevo 7 anni. Non ho molti ricordi di lei, ma ho sempre saputo che in un armadio in casa dei miei nonni era rinchiusa tutta la memoria visiva della nostra famiglia. In questo armadio sono conservate delle scatole di vecchie pellicole, filmati girati dal padre di mia madre tra il 1926 e gli anni ’80, con una cinepresa amatoriale 16 mm. 
E' solo qualche anno fa che ho avuto il coraggio di cominciare a guardare questi filmati, con grande curiosità ed emozione, soprattutto quelli segnati con una “L”, l'iniziale del nome di mia madre: Liseli. Un tentativo di ridarle vita anche solo sullo schermo, un modo per celebrarla ricordandola. Per quasi tutta la mia vita il nome di mia madre è stato ignorato, evitato, nascosto. Il suo volto anche. Ho la fortuna invece di poterla vedere muoversi, ridere, correre....”
Locandina del film "Un'ora  sola ti vorrei" di Alina Marazzi (2002, 55')
Utilizzare le pellicole amatoriali è un lavoro di grande fascino, ma non è cosa semplice. Fare cinema con un’immagine non originale, ovvero attraverso quel che in linguaggio tecnico si definisce found footage, è assai più complesso in quanto viene sviluppato due volte un percorso creativo.
Una prima fase è la raccolta del materiale e la sua eventuale de-contestualizzazione rispetto all’iconografia di appartenenza, la seconda è la ri-contestualizzazione con una riscrittura e un montaggio nuovi.
Ma in ogni caso, anche nel loro formato originario o digitalizzati, gli Home Movies rimangono documenti imprescindibili ai fini di una ricostruzione della memoria collettiva e della storia di un paese, storia della vita e delle abitudini, dei drammi e delle speranze.
Insomma, storie di uomini.
 
Il progetto della Filmoteca regionale siciliana 
Sicilia Home Movies è un progetto di raccolta sul territorio siciliano avviato nel 2008.
E’ rivolto ai privati, possessori di pellicole amatoriali e familiari, in buona parte dimenticate nelle case di tante famiglie e non più leggibili per mancanza dei vecchi proiettori.
Testimonianze personali preziose per la ricostruzione di una memoria collettiva di luoghi, tradizioni, costumi, permettono di rileggere riti sociali e pagine della storia di Sicilia, di cogliere le metamorfosi di paesaggi,  le trasformazioni di città e ambienti rurali.
Le bobine consegnate in Filmoteca, in forma di deposito temporaneo o donazione, vengono digitalizzate gratuitamente e, nel caso in cui il privato acconsenta alla cessione, sottoposte a verifica e intervento conservativo e poi custodite con cura in archivio, mantenendo in modo permanente la denominazione del donatore, a cui va comunque una copia digitale dei filmini.
Il rapporto di collaborazione con i donatori comprende anche incontri e interviste per ricostruire il contesto dei materiali acquisiti, recuperando informazioni e testimonianze utili  per la comprensione dei contenuti filmici. Luoghi, date e vicende  delle riprese sono infatti elementi preziosi ai fini della puntuale catalogazione. 
La campagna di recupero della Filmoteca  prevede la raccolta dei film, donati o in prestito temporaneo,  nei seguenti formati: pellicole originali, VHS, DVD.
Nel caso in cui si possieda già una copia in video (VHS o DVD) sarà possibile consegnarla insieme agli originali, il personale della Filmoteca curerà in ogni caso la digitalizzazione di questi ultimi.  All’atto del deposito verrà rilasciata una ricevuta per i materiali, da consegnarsi presso la sede della Filmoteca in via Nicolò Garzilli 38, Palermo. 
La citazione degli autori delle pellicole e di coloro che ne hanno consentito l’acquisizione sarà garantita all’interno di ogni materiale prodotto successivamente, a stampa, elettronico o audiovisivo. 
A tutti i donatori o prestatori dei film amatoriali verrà consegnata una copia in formato dvd del materiale depositato.
Per informazioni e contatti con la  Filmoteca Regionale Siciliana scrivete una email a 
cinema@regione.sicilia.it  oppure
è possibile naturalmente telefonare per ragguagli o per fissare un incontro ai numeri 
091 9827831; 
334 6476398
 
 
Vi proponiamo un esempio recente di documentario realizzato da un autore siciliano con filmini di famiglia, in cui la grande Storia viene narrata attraverso la memoria privata, l’esperienza della Prima guerra mondiale attraverso la dimensione intima di un uomo. Si tratta di un lavoro che il regista Salvo Cuccia ha realizzato nel 2015, dal titolo "Il soldato innamorato".

Scheda del documentario
Fotogrammi tratti dai film amatoriali conservati presso la Filmoteca Regionale Siciliana